Parola mia

Non chiudetemi in un recinto. Non mi dite che la verità è una sola. Non mi togliete il silenzio. Ma datemi una notizia, uno stato d’animo, un obiettivo. E io troverò il modo di comunicarlo. E’ la mia natura, è il mio lavoro.

Ho cominciato a fare la giornalista quando l’unica scuola era la strada. Ti buttavano fuori dalla redazione dicendoti di tornare solo quando avevi trovato una notizia. Feci fortuna con una lunga inchiesta sullo smaltimento illegale dei rifiuti nella provincia fiorentina, uno scoop. E dalla Città, il quotidiano in cui molta parte dei giornalisti fiorentini della mia generazione si sono fatti le ossa, mi trovai alla Nazione, pensate, una delle prime donne assunte.

Da lì in poi la vita ha preso molte pieghe, sorprendendomi oltre ogni immaginazione. Giornalista politica, poi ai beni culturali, agli esteri, nella prima redazione internet, nei primi canali satellitari della Rai, i primi blog, molta cronaca e perfino una vita pubblica/istituzionale che da Roma mi ha riportato a Firenze, a dividermi fra l’istinto da cronista e la riservatezza imposta dal ruolo. Ma ho visto l’altra metà del cielo, e il mio sguardo è cambiato, si è fatto rotondo.

Ho incontrato, intervistato, ascoltato, registrato, riassunto migliaia di persone. Dalla più piccola alla più grande, dagli ultimi ai primi. E ho scritto fiumi di parole. Mi è rimasto addosso e intatto il senso di responsabilità per ogni traccia che lascio, che sia un articolo un intervento pubblico o un semplice post: le parole pesano, e volendo imbrogliano. Aspiro a un linguaggio ecologico, senza sprechi. E diretto, senza trucchi. Ma lieve, e questo sì che è difficile.

Ho sempre pensato che non poteva esserci un lavoro più adatto a me, per la curiosità e lo slancio verso l’ignoto. Ma ho un lato B, più vulnerabile, permeabile alle sofferenze altrui. E’ la parte cresciuta con una disabilità in famiglia, ed è la parte che mi ha messo in ascolto delle zone più nascoste o ferite degli esseri umani. Alla fine anche questo è un dono, è inutile girarci intorno. Se poi è diventato un ingrediente decisivo anche nelle mie abilità professionali, lo devo all’incontro più rivoluzionario del mio curriculum vitae, quello con mio figlio. Aveva già 3 anni e molte domande parecchio difficili. Per farmi adottare da lui e diventare la sua mamma ho dovuto suonare tutte le corde, quelle che avevo e quelle che mi dovevo procurare. E’ diventato lo specchio della donna che sono, è lui la mia sintesi.

A quest’altezza della vita ho pensato di dare piena cittadinanza al mio daimon, come dicevano i greci. Comunicare è il mio istinto. Voglio declinare questa vocazione in tutte le direzioni in cui la professionalità incontrerà le persone, la bellezza, i desideri, le notizie, i luoghi e i fatti che mi sembrano degni di essere raccontati e condivisi. Voglio seminare buoni progetti e coltivare la speranza. Voglio scommettere sull’alleanza fra generazioni. Voglio prendermi cura di noi. Ecco, volevo dire questo: cura, in fondo, è la parola che resta.

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